Meglio le blue chips o le small caps?

Nell’ormai lontano 2003 quando ero alle prime armi con il trading, ero solito snobbare i titoli ad alta capitalizzazione. Fatta una dovuta eccezione per ENI che detenni in portafoglio per alcuni mesi nel corso del 2004, andavo a cercare in modo quasi scientifico Società dai nomi poco conosciuti. Era un buon momento per le small cap, con exploit importanti e l’onda lunga della new economy che non si era ancora del tutto esaurita. Un titolo come Tiscali ad esempio dava ancora discrete soddisfazioni ai traders, pur se non paragonabili alla febbre che aveva investito il settore tra la fine del 1999 e i primi mesi del 2000. C’era un certo fermento nel campo tecnologico così come in quello farmaceutico. Erano gli anni dell’Indice Numtel che raggruppava le aziende a bassa capitalizzazione borsistica. Un indice che per popolarità stava ancora offuscando l’S&PMib. Con la grande crisi finanziaria del 2008/09 molte cose sono cambiate. Oggi, con oltre 15 anni di esperienza sul mercato italiano e qualcuno in meno su quello americano, posso valutare le cose da un’altra prospettiva. E’ senz’altro mutato anche il mio rapporto con il rischio, che mi vede certamente più avverso rispetto ad allora. Quello che posso affermare con cognizione di causa è che le small caps sono molto più delicate da maneggiare. Non che ci si debba approcciare ai grandi titoli con noncuranza, tutt’altro…ma per le Società piccole occorre avere una preparazione specifica. Prendiamo ad esempio il mercato AIM, per il quale è’ indispensabile conoscere bene lo strumento dei warrant. Vi è poi un ostacolo che può scoraggiare i traders poco capitalizzati, vale a dire una sorta di barriera all’ingresso che consiste nei lotti minimi negoziabili. Un’altra problematica è quella dello slippage, ovvero la differenza di prezzo che può verificarsi tra il momento in cui inoltriamo l’ordine di acquisto e la sua effettiva esecuzione sul mercato. Su certi titoli particolarmente sottili possono verificarsi addirittura delle sedute senza alcuno scambio. Per tutti questi motivi, tradare una small cap è molto diverso dal tradare un titolo di primo piano. Sul mercato americano valgono considerazioni similari tenendo conto che l’ambito in cui pescare è infinitamente più vasto. Io personalmente seguo soltanto i mercati regolamentati dove i titoli quotati sono più di 6.000, ma volendo ci sarebbero le cosiddette “dark pool” per chi avesse intenzione di approfondire la nicchia dei titoli piccoli. In America il regolamento sulle sospensioni per eccesso di rialzo o di ribasso è molto meno stringente rispetto a quello che c’è in Italia, di conseguenza è prassi osservare variazioni giornaliere anche superiori al 50%. Questi scostamenti così bruschi richiedono all’investitore una capacità di sopportare situazioni stressanti che sulle blue chips raramente si presentano. Con questo non voglio sostenere che le blue chips siano azioni per tutti e le small siano azioni per pochi; sarebbe troppo semplicistico cavarsela così. E’ evidente però come i titoli altamente capitalizzati siano molto più abbordabili dal punto di vista delle barriere all’entrata. Un altro aspetto da menzionare sono i dividendi. Le blue chips sono quasi sempre realtà consolidate e dunque più propense a remunerare i loro investitori. I titoli piccoli possono essere anche delle nobili decadute che hanno visto erodersi il proprio capitale borsistico nel corso del tempo. In questi casi è molto raro vedersi riconosciuti dei dividendi perchè la Società è spesso in sofferenza finanziaria. Ci sono poi tante aziende di recente quotazione che optano per una politica di crescita che non prevede la distribuzione dei dividendi. Sul tema dell’informazione, 15 anni fa vi era una evidente asimmetria tra le notizie riguardanti una blue chips, aggiornate di continuo, e quelle concernenti le small cap spesso carenti e frammentarie. Oggi questa differenza è stata pressochè colmata perchè le fonti si sono moltiplicate così come i forum di discussione. Quanto ai profitti attesi, è chiaro come le small siano molto più volatili. Si guadagna (mediamente) di più, ma lo stesso discorso vale per le perdite. Non tutti i risparmiatori hanno gli “anticorpi” per fare fronte a questi sbalzi, sia per paura di perdere denaro che per le maggiori difficoltà ad elaborare e a mettere in pratica un piano di money management e uno di risk management quando si è esposti anche allo slippage.

In conclusione, non credo che in questo scontro ci sia un vincitore. Mediamente come abbiamo visto le small caps possono dare di più ed in maniera più veloce, ma altrettanto rapidamente possono togliere. La vera discriminante è la propensione del trader o investitore che sia. Non ci si dovrebbe mai allontanare troppo dalla propria attitudine. Personalmente nel corso degli anni mi sono spostato verso i titoli a media e ad alta capitalizzazione, ma questo non toglie che io continui a seguire e a volte a tradare anche le small, con quantitativi sempre e comunque adeguati alla mia strategia di money management.

Simone Cunegondi

18 thoughts on “Meglio le blue chips o le small caps?

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